No parking (1a parte)

scritto da Vince75
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Testo: No parking (1a parte)
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Dopo un'interminabile giornata di lavoro all'Università il professor Gaetano Colombo stava guidando. Quel lunedì si erano svolte le sessioni d'esame invernali e le cose erano andate per le lunghe. Pensava ancora a quel ragazzo del secondo anno che non sapeva nulla degli estimi catastali e non si capacitava: i tempi erano cambiati, così come gli studenti. Pugliese di origine, aveva insegnato per alcuni anni alla statale di Milano, per poi trasferirsi alla prestigiosa Università di Lugano, in Ticino. Aveva preso casa sulla fascia di confine, in Italia. Guadagnava molto di più e gli studenti svizzeri erano più intelligenti e meno rompiscatole dei loro coetaenei italiani. La sua materia di insegnamento era Scienza delle Costruzioni.
Attraversando il ponte dull'autostrada a Melide notò con un misto di stupore e piacere un meraviglioso tramonto rosso fuoco che si rifletteva come in uno specchio sul lago di Lugano. Passato il controllo della dogana, scollinò lungo la vecchia strada dei mulini: in una manciata di minuti sarebbe arrivato a destinazione. E proprio per quel fatto il suo umore iniziò a cambiare. Uno strano e crescente nervosismo si stava manifestando man mano che la meta si avvicinava; una sensazione che Gaetano conosceva bene, così come conosceva la causa che lo determinava, come un brutto film, proiettato già troppe volte - e che non dipendeva certamente da lui -  lui che, tutto sommato, conduceva un'esistenza tranquilla, incanalata nella normalità assoluta. Aveva superato da poco i cinquanta, ancora giovanile, con un bell'aspetto, un lavoro sicuro e soddisfacente, era sposato e senza figli.
A centinaia di metri dalla sua abitazione rallentò di proposito prima di imboccare il vialetto alberato che portava a casa sua; appena superata la curva a gomito il suo sguardo puntò dritto verso il posto macchina davanti al suo cancello d'entrata; era di nuovo occupato; come sempre da quello stesso mezzo, quello di Benito, il suo vicino. In quella situazione, che aveva già vissuto un'infinità di volte, il nervosismo si trasformò in rabbia pura e il cuore iniziò a battergli in gola.
"Ancora!" gridò letteralmente rompendo il silenzio all'interno dell'abitacolo. "Ancora una volta!". Innestò la retromarcia per tornare indietro e parcheggiare nel posto pubblico, in fondo alla strada; ancora una volta avrebbe dovuto portarsi a mano le borse della spesa lungo il marciapiede.
Per Gaetano questa situzione era diventata insostenibile, e ogni volta la sensazione di impotenza aumentava, come la rabbia che covava dentro di sé. Aveva cercato di spiegarglielo in mille modi, prima con un approccio gentile, come si addice a persone educate, poi con alcune lettere infilate nelle buca della posta, altre volte con ironia:" Vedi, Benito, quel posto è di mia esclusiva proprietà, come è scritto nell'atto di vendita, pertanto tu lì non dove proprio parcheggiare, né tu né altri, d'altra parte, io non vengo certo a piazzare il mio ombrellone nel tuo giardino!"
Ogni volta il Benito Chiappari sembrava cadere dalle nuvole e accampava le scuse più strane, dandogli pure ragione, ma il suo comportamento non mutava di una virgola, il suo furgone era sempre lì, piazzato in bella vista sul posto riservato del professore. Leggermente più giovane di Gaetano, non molto alto e qualche chilo di sovreappeso, aveva pochi capelli e il viso color rubino, gli occhi svegli di chi la fa sempre franca; di professione artigiano tuttofare, praticamente riparava qualsiasi tipo di guasto degli elettrodomestici di casa  e arrotondova le entrate con quelche piccolo lavoro di manutenzione, naturalmente senza ombra di ricevuta fiscale. Esperto cacciatore e non solo di selvaggina, era nato in un piccolo paese della Valtellina e si era trasferito quando era ancora ragazzo nelle laboriosa Insubria lombarda; per Benito, tutti quelli che arrivavano dal sud delle sponde del Po erano in qualche modo diversi, stranieri.
"Questi arrivano qui e vogliono fare i padroni a casa nostra!" era il refrain che Benito ripeteva spesso agli amici del bar, davanti a un buon bichiere di vino rosso, ostentando una consapevolezza politica che in realtà non aveva.
Per il professore, ormai, dopo anni di discussioni, quel suo diritto negato era diventato una vera e propria ossessione; sua moglie, una donna piacente e dal carattere deciso, lo aveva invitato a lasciar perdere, dicendogli che non valeva la pena di rovinarsi il fegato per una questione di così poco conto. Ma anche per quelle voci di gossip che giravano nel vicinato, riguardanti una presunta relazione della stessa col focoso artigiano, il professore non voleva dargliela vinta: esistevano delle regole e queste andavano rispettate, anche a costo di dover passare per cornuto. Cornuto forse, mazziato anche no. Entrò in casa e posò i sacchetti della spesa sul tavolo della cucina, non salutò nemmeno la moglie.
"Quello un giorno o l'altro finirà male. Lo fa apposta! Apposta per farmi incazzare!"
La moglie si girò verso di lui col solito sguardo a metà tra il compassionevole e lo scocciato di chi sente per l'ennesima volta la stessa storia. "Ancora per quel dannato parcheggio! Basta! Quante volte te lo devo ripetere che non ne vale la pena? Ti stai, fece una piccola pausa, ci stai rovinando la vita!"
"Ah!" esplose il professore. "Sono io che ti rovino l'esistenza, non quel coglione del nostro vicino a cui non smetti di fare gli occhi dolci!"
"Senti caro..."
"Non dire una parola di più!" E Gaetano uscì dalla cucina sbattendo la porta a vetri che per poco non si ruppe.

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